Un altro anno scolastico volge al termine. Nella nostra famiglia abbiamo due figli che hanno sostenuto prove Invalsi (al secondo anno della scuola primaria e al primo anno della scuola secondaria di primo grado), una piccola che è stata iscritta al primo anno di scuola primaria, una grande che sta per affrontare l’esame di Stato al liceo classico (la vecchia maturità), infine un figlio di dieci anni che ha continuato il suo percorso senza particolari eventi (frequenta la classe quarta della scuola primaria). Inutile dire che i problemi della scuola ci toccano e riguardano in vari modi e direi su ampia scala. Tuttavia, se anche non ci trovassimo nelle attuali contingenze personali, la scuola sarebbe comunque un tema fondamentale per capire il nostro futuro, l’andamento della nostra società, i suoi punti di forza e di debolezza.

Vorrei dunque proporre alcuni articoli, come temi di discussione, partendo da qui: Storia dei mali d’Italia – La scuola. Si tratta di una riflessione sull’andamento generale della scuola italiana nel corso degli ultimi decenni. Cito:”La nostra è ormai una generazione di persone poco accurate, poco scrupolose, poco colte. Il livello culturale dei laureati è basso, a volte fino al ridicolo”. È talmente vera questa frase, che dovrebbe far gridare allo scandalo ogni cittadino, ogni politico, invece mi sembra che siano tutti distratti da questioni di metodo – introdurre le nuove tecnologie in classe? – organizzative – i precari, l’edilizia scolastica, ecc… – o, infine, ideologico/moralisteggianti – Dante è antisemita? Omero maschilista? La Bibbia politicamente scorretta? Va insegnata l’ideologia di genere fin dalla scuola materna? A scuola si fa sufficiente educazione ambientale, sessuale, alimentare, stradale?

Entrando più nel dettaglio, possiamo leggere la lettera di Ermanno al direttore de La Stampa e la relativa risposta di Luca Ricolfi. Si parla di liceo sociopsicopedagogico, ma il discorso potrebbe essere utilmente ampliato.

Cito un lungo ma significativo passaggio:

A Ermanno vorrei dire che la situazione è ancora più brutta di quella che lui dipinge. Mediamente, il liceo sociopsicopedagogico non solo non apre le porte delle facoltà «toste», professionalizzanti, con il numero chiuso, ma non prepara bene neppure allo studio delle materie «leggere» di cui fornisce un’infarinatura. E infatti basta che una facoltà considerata facile (come sociologia, o psicologia) preveda anche solo un paio di esami difficili per rendere la vita impossibile a quegli sfortunati ragazzi che hanno scelto quel tipo di scuola superiore.

Tu a Ermanno rispondi che l’importante è l’orientamento, che le famiglie vanno «accompagnate» nella scelta delle scuole superiori o delle facoltà universitarie. Non so, a me quella dell’orientamento pare un’utopia. Prendetela come un’opinione personale e ultra-discutibile, ma lasciatemelo dire: l’orientamento oggi tende ad essere pubblicità. Nessuno può dire in pubblico la verità: quella facoltà è una buffonata, in quella scuola non si impara niente, il tale docente non sa spiegare, il tale corso di laurea è un’insalata di materie sconnesse.

Per molte facoltà, anche quelle che sono ritenute le più esigenti, l’unico modo di affrontare la scarsa preparazione del materiale umano che si affaccia è di abbassare costantemente i requisiti di ingresso, preparare test di ammissione in cui la voce “cultura generale” presupponga lunghe ore di utenza televisiva piuttosto che una certa dimestichezza con la lettura, con i classici, con la storia.

Il problema però attiene a ogni ordine e grado di scuola, se Giorgio Israel – ancora lui, so di averlo citato molto, ma è uno dei pochi a combattere la battaglia dei contenuti nella scuola, o almeno una delle voci più autorevoli in questo schieramento purtroppo minoritario – scrive:

Una maestra elementare spiega che ANTICAMENTE per andare a capo, si interrompeva al seguente modo: dal-l’acqua. Ma ora, nella MODERNITA’ si può invece andare a capo dopo l’apostrofo, ovvero dall’-acqua… Ah, “nous les modernes” direbbe Finkielkraut…

Questo piccolo episodio suggerisce una piccola riflessione sull’Invalsi. Se i signori di questo ente, invece di impancarsi a “somministrare” (termine che ricorda l’olio di fegato di merluzzo) test pretenziosi sull’interpretazione dei testi letterari o di geometria, si limitassero modestamente, ma più efficacemente, a verificare le capacità (si dice competenze?) ortografiche, grammaticali, sintattiche e di elementare calcolo numerico dei bambini – e diciamo pure dei ragazzi! – non renderebbero davvero un gran servizio alla scuola? Non sarebbe questo il modo più efficace di verificare i “livelli di apprendimento” e anche di “valutare” l’efficacia dell’insegnamento?”

Ecco, la situazione è talmente generale che può far ritenere che non ci sia speranza. Guardando ai miei figli, vorrei poter pretendere di meglio per loro. Vorrei non sentirmi come l’olandese della storia, quello che trattiene l’acqua della diga con un dito. Vorrei poter proporre loro un’educazione che li introduca al Bello, al Vero e al Bene, mentre invece ho dei dubbi sul fatto che arriveranno ai requisiti minimi di correttezza ortografica.

Sono l’unica a sentirmi così? Mi chiedo di nuovo, è la fine della scuola, almeno così come l’abbiamo conosciuta negli ultimi due secoli?

 

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