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Un romanzo liturgico

Un romanzo liturgico

Torniamo ancora su L’oblato di Huysmans, pubblicando la recensione in corso di stampa sulla rivista Cristianità, organo ufficiale di Alleanza Cattolica, nel numero 382 di ottobre-dicembre 2016 (pp.63-66).

Joris-Karl Huysman, L’oblato, D’Ettoris Editori, Crotone 2016, pp.396, euro 21,90

 

L’oblat, ultimo romanzo dello scrittore e critico d’arte francese Joris-Karl Huysmans (1848-1907), è ora edito per la prima volta in italiano con il titolo L’oblato, pubblicato da D’Ettoris Editori come decimo volume della collana “Magna Europa” diretta da Giovanni Cantoni,  tradotto dalle monache benedettine del Monastero San Benedetto di Bergamo e corredato dall’importante Presentazione (pp. 7-33) di Ferdinando Raffaele.

Definito «romanzo liturgico» (Wanda Rupolo, «L’Oblat, un romanzo liturgico», in Idem, Stile, romanzo, religione: aspetti della narrativa francese del primo Novecento, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 1985 , p.37), L’oblato racconta le avventure di Durtal, alter ego dello stesso Huysmans, scrittore in pensione dai trascorsi piuttosto tumultuosi, appassionato d’arte e di musica, convertito al cattolicesimo, frequentatore di monasteri, oblato benedettino. Mai come in questo caso, la biografia dell’autore è determinante per la comprensione dell’opera.

Huysmans nasce a Parigi da madre francese e padre olandese, il suo vero nome è Charles-Marie-Georges, in seguito cambiato in Joris-Karl, in omaggio alle origini fiamminghe paterne. Riceve un’educazione cattolica; rimasto presto orfano di padre, viene mandato in collegio e la madre si risposa. Conseguito il diploma, inizia a lavorare presso il Ministero degli Interni a Parigi, lavoro poco amato ma che lo accompagnerà per trent’anni, fino alla pensione. Abbandona presto il cattolicesimo e si dedica a una giovinezza piuttosto dissoluta, tra ambienti letterari, attrici e prostitute. Svolge l’attività di critico d’arte, promuovendo in particolare la scuola impressionista. Nel 1876 conosce Émile Zola (1840-1902) e nel 1880 un suo racconto è incluso nel volume Les soirées de Médan, antologia-manifesto di autori legati al naturalismo. Zola lo indica come uno dei più promettenti scrittori della scuola naturalista, dalla quale però Huysmans si allontana nel 1884, con la pubblicazione di À Rebours (Controcorrente), capolavoro letterario e modello assoluto del decadentismo europeo da Oscar Wilde (Oscar Fingal O’Flaherty Wills Wilde, 1854-1900) a Gabriele D’Annunzio (Gabriele Rapagnetti, 1863-1938).

Deluso da naturalismo e positivismo, Des Esseintes, il protagonista di À Rebours, è la quintessenza dell’esteta, si ritira dalla società dopo averne provato tutte le sensazioni e le dissolutezze, immagina un’abitazione solitaria, nella quale coltivare il proprio disprezzo nei confronti dei miseri piaceri borghesi, dove assecondare fino all’estremo le proprie sensazioni e un gusto elitario. Il libro è una specie di catalogo di ogni raffinatezza, tanto meglio se esclusiva e morbosa, dalle pietre preziose ai profumi, all’arte, alle stoffe… Des Esseintes si ritira in una sorta di abitazione-monastero dove ogni oggetto, ogni profumo o colore, ha lo scopo di stimolare i suoi sensi sempre più esigenti, al fine di creare un mondo immaginario, di sostenere un’allucinazione volontaria. Al termine sarà preso da una nevrosi così grave che il medico gli ordinerà di tornare a Parigi, di ricominciare a vivere in società, sancendone la sconfitta umana: «Tra due giorni sarò a Parigi – mormorò; – coraggio, è finita davvero. Come un maremoto, le onde della mediocrità umana salgono fino al cielo e stanno per inghiottire il rifugio di cui io stesso apro, mio malgrado, le dighe» (Joris-Karl Huysmans, A ritroso, traduzione di Ugo Dèttore, Rizzoli, Milano 2010, 1a ed. 1953, p.250).

Mario Praz (1896-1982) scrive: «[…] À rebours (il titolo stesso implica un programma di forzamento sadico della natura) è il libro cardinale del decadentismo, nel quale tutta la fenomenologia di questo stato d’animo è illustrata fin nei minimi particolari in un personaggio esemplare, Des Esseintes. “Tous les romans que j’ai écrits depuis À rebours sont contenus en germe dans ce livre”: noterà Huysmans» (Mario Praz, La carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica, Sansoni Editore, Firenze 1948, nona edizione del 1992, pag. 268).

E il critico e scrittore Jules Amédée Barbey D’Aurévilly (1808-1889) aggiunge: «Dopo Les fleurs du mal – dicevo a Baudelaire [Charles Pierre, 1821-1867] – non le resta, logicamente, che la bocca di una pistola o i piedi della croce”. Baudelaire ha scelto i piedi della croce. Li sceglierà anche l’autore di À Rebours(Alain Vircondelet, Joris-Karl Huysmans, Plon, Parigi 1990, cit. in Ferdinando Castelli, SJ, «Joris-Karl Huysmans: a Dio passando per il satanismo II. O un colpo di pistola o i piedi della croce», in La civiltà cattolica, anno 149, volume I, quaderno 3544, del 21 febbraio 1988, p.340).

Si tratta non solo di una parabola letteraria, ma umana e di un’epoca: il lungo percorso di risalita di Huysmans dall’abisso alla croce si snoda nello specchio delle avventure del suo alter ego, il personaggio Durtal.

Anch’egli scrittore, Durtal fa la sua comparsa nel romanzo Là-bas (1891, L’abisso), nel corso del quale ispeziona a fondo la mancanza di senso e la desolazione morale della società borghese, fa un’immersione nei bassifondi materiali e spirituali del suo tempo, e ne esce sconvolto fin nell’intimo. Il nevrotico Des Esseintes, protagonista di À Rebours, tornato alla mediocrità della vita sociale e divenuto – letterariamente – Durtal, inizia le ricerche per scrivere un libro storico su Gilles De Rais (1404-1440, noto anche come Barbablù) e, per questo tramite, è condotto negli ambienti esoterici di Parigi, fino ad assistere a una messa nera, la prima descritta in un romanzo. Proprio quest’apertura così inquietante sul mondo dello spirito porterà il protagonista Durtal a un percorso di conversione alla fede cattolica.  È la stessa parabola della vita del suo autore, Huysmans, che dal naturalismo e positivismo delle prime opere, passando per il decadentismo, arriva alla letteratura spirituale e quasi liturgica dei suoi ultimi romanzi: En Route (1895, Per strada), La Cathédrale (1898, La cattedrale) e L’Oblat (1903, L’oblato).

Huysmans giunge infatti a criticare l’illusione di una felicità mediocre di stampo borghese, i miti di americanismo ed efficientismo, il positivismo come religione secolarizzata, la fede cieca nella scienza e nel progresso. Dopo un primo momento di cupo pessimismo influenzato dalla lettura di Schopenhauer (Arthur, 1788-1860), Durtal-Huysmans reagisce al vicolo cieco spirituale in cui si trova, anche grazie alla descrizione di quella messa nera, paradossale apertura alle esigenze dello spirito.

Non è solo il personaggio Durtal, ma lo stesso Huysmans, a frequentare il milieu esoterico francese, tuttavia la frequentazione di don Arthur Mugnier (1853-1944) e, soprattutto, un soggiorno presso l’abbazia trappista di Igny, lo porteranno definitivamente ai piedi della croce. «Le trappe costituiscono la risposta più magistrale a coloro che affermano che la Chiesa ha smarrito la linfa che alimentava i martiri dei primi secoli del Cristianesimo», scrive a questo proposito il pensatore brasiliano Plinio Corrêa de Oliveira (1908-1995) nel secondo di due articoli dedicati all’opera di Huysmans e apparsi sulla rivista O Legionário (Plinio Corrêa de Oliveira, «Huysmans – II, En route», in O Legionário n.24, 21 febbraio 1932, p.2).

Dal momento della sua conversione, Huysmans diviene un paladino della bellezza della fede cattolica, un appassionato conoscitore e divulgatore dell’arte cristiana, soprattutto di quella medievale, raffinato cultore di canto gregoriano, di architettura romanica e gotica, di agiografia. Rimane in Durtal-Huysmans la stessa componente aristocratica ed estetizzante del vecchio Des Esseintes, ma purificata dal prisma dell’osservanza di una regola, di una liturgia e – attraverso queste – finalmente dall’abbandono in Cristo.

Huysmans dopo la conversione diviene oblato benedettino del monastero di Ligugé, rappresentato letterariamente ne L’oblato dal monastero della Val des Saints, ma poco dopo è costretto – proprio come Durtal – a tornare a Parigi in seguito alle leggi anticlericali del 1901, che esiliarono dalla Francia decine di ordini religiosi. Morirà pochi anni dopo, al termine di una malattia dolorosissima, affrontata con profondo spirito di sopportazione cristiana.

Ma l’uscita dal proprio rifugio per tornare a Parigi non è più la sconfitta patita da Des Esseintes al termine di À Rebours, è vissuta invece con abbandono a Dio e attraverso la viva presenza di un mondo interiore, che non è più il frutto di un appagamento snervante dei sensi, ma sigillo di una ritrovata unità proprio nella frequentazione quotidiana della Regola di san Benedetto (480-547) e della liturgia monastica. La volontà non è più lasciata a sé stessa, così come il senso del bello non parte semplicemente da un’inclinazione estetica personale, ma entrambi scaturiscono dall’oggettività della norma liturgica.

C’è, in Durtal, un giudizio sulla storia e sulla salvezza, che giunge alla speranza nella nascita di una nuova civiltà cristiana irradiante dalla spiritualità e dall’arte benedettine. La bellezza con cui ha ora a che fare non è il mondo auto-generato di Des Esseintes, ma una presenza esterna al soggetto, un dato di fatto presente nel creato e nell’opera di Cristo nella storia, che il singolo può solo contemplare facendosene plasmare. Proprio da tali considerazioni derivano anche alcuni severi giudizi che Durtal esprime sul cattolicesimo dei suoi tempi e sulla decadenza della liturgia e dell’arte cristiana.

L’oblato, romanzo in cui non accade quasi nulla, che segue per alcuni mesi la liturgia del monastero della Val des Saints, che si snoda in qualche conversazione con i suoi monaci o in qualche visita ai musei e alle chiese di Digione, è però un romanzo in cui sono contenute moltissime suggestioni: l’arte fiamminga, la storia del breviario romano e di quello benedettino, il canto piano, la botanica, la farmacopea medievale, la storia degli ordini monastici e degli oblati benedettini, delle toccanti riflessioni sul valore salvifico della sofferenza…

È un romanzo intensamente liturgico, solenne, capace di suscitare una profonda nostalgia di bene, che si conclude con lo slancio dell’anima di Durtal: «Ah! Mio caro Signore, dacci la grazia di non mercanteggiare così, di non evitare una volta per tutte di vivere alla fin fine non importa dove, a patto però che sia lontano da me stesso e vicino a Te!».

«Huysmans scopre in particolare il Medioevo, che si rivela ai suoi occhi come l’“età dell’oro” della fede cristiana, un tempo immune dagli errori che inficiano lo spirito della modernità, posti nel Rinascimento neopagano e nella Riforma protestante. Fra l’altro, incontra la spiritualità benedettina e matura la vocazione all’oblazione monastica, nella quale coniuga il suo radicale rifiuto per la società del tempo con il desiderio di vedere nascere – ma stavolta non più sotto il segno dell’utopia – una nuova civiltà» (Ferdinando Raffaele, Presentazione, in Joris-Karl Huysmans, L’oblato, op. cit., pag. 27).

 

Un colpo di pistola o i piedi della croce

Un colpo di pistola o i piedi della croce

Riprendiamo qui l’articolo apparso il 12 novembre 2016 su La nuova Bussola Quotidiana.

Di À Rebours (Controcorrente), il capolavoro letterario di Joris-Karl Huysmans e modello assoluto del decadentismo europeo da Wilde a D’Annunzio, il critico e scrittore Barbey D’Aurévilly ebbe a dire: «Dopo un libro tale non resta altro all’autore che scegliere tra la canna di una pistola e i piedi della croce».

Il lungo percorso di risalita di Huysmans dall’abisso alla croce si snoda nello specchio delle avventure del suo alter ego, il personaggio Durtal.

Anch’egli scrittore, Durtal fa la sua comparsa nel romanzo Là-bas(L’abisso), nel corso del quale ispeziona a fondo la mancanza di senso e la desolazione morale della società borghese, fa un’immersione nei bassifondi materiali e spirituali del suo tempo, e ne esce sconvolto fin nell’intimo. Il nevrotico Des Esseintes, protagonista di À Rebours, tornato alla mediocrità della vita sociale e divenuto – letterariamente – Durtal, inizia le ricerche per scrivere un libro storico su Gilles De Rais e, per questo tramite, è condotto negli ambienti esoterici di Parigi, fino ad assistere a una messa nera, la prima descritta in un romanzo. Proprio quest’apertura così inquietante sul mondo dello spirito porterà il protagonista Durtal a un percorso di conversione alla fede cattolica.  È la stessa parabola della vita del suo autore, Huysmans, che dal naturalismo e positivismo delle prime opere, passando per il decadentismo, arriva alla letteratura spirituale e quasi liturgica dei suoi ultimi romanzi: En Route (Per stada), La Cathédrale (La cattedrale) e L’Oblat (L’oblato).

Huysmans giunge infatti a criticare l’illusione di una felicità mediocre di stampo borghese, i miti di americanismo ed efficientismo, il positivismo come religione secolarizzata, la fede cieca nella scienza e nel progresso. Dopo un primo momento di cupo pessimismo influenzato dalla lettura di Schopenhauer, Durtal-Huysmans reagisce al vicolo cieco spirituale in cui si è cacciato, anche grazie alla descrizione di quella messa nera, paradossale apertura alle esigenze dello spirito.

La frequentazione di don Arthur Mugnier e, soprattutto, un soggiorno presso l’abbazia trappista di Igny, lo porteranno definitivamente ai piedi della croce. Dal momento della sua conversione, Huysmans diviene un paladino della bellezza della fede cattolica, un appassionato conoscitore e divulgatore dell’arte cristiana, soprattutto di quella medievale, raffinato cultore di canto gregoriano, di architettura romanica e gotica, di agiografia. Rimane in Durtal-Huysmans la stessa componente aristocratica ed estetizzante del vecchio Des Esseintes, ma purificata dal prisma dell’osservanza di una regola, di una liturgia e – attraverso queste – finalmente dall’abbandono in Cristo.

Huysmans dopo la conversione diviene oblato benedettino del monastero di Ligugé, rappresentato letterariamente ne L’oblato dal monastero della Val des Saints, ma poco dopo è costretto – proprio come Durtal – a tornare a Parigi in seguito alle leggi anticlericali del 1901, che esiliarono dalla Francia decine di ordini religiosi.

Ma l’uscita dal proprio rifugio per tornare a Parigi non è più la sconfitta patita da Des Esseintes al termine di À Rebours, è vissuta invece con abbandono a Dio e attraverso la viva presenza di un mondo interiore che non è più il frutto di un appagamento snervante dei sensi, ma sigillo di una ritrovata unità proprio nella frequentazione quotidiana della regola di san Benedetto e della liturgia monastica. La volontà non è più lasciata a sé stessa, così come il senso del bello non parte semplicemente da un’inclinazione estetica personale, ma entrambi scaturiscono dall’oggettività della norma liturgica.

C’è, in Durtal, un giudizio sulla storia e sulla salvezza, che giunge alla speranza nella nascita di una nuova civiltà cristiana irradiante dalla spiritualità e dall’arte benedettine. La bellezza con cui ha ora a che fare non è il mondo auto-generato di Des Essenintes, ma una presenza esterna al soggetto, un dato di fatto presente nel creato e nell’opera di Cristo nella storia, che il singolo può solo contemplare facendosene plasmare. Proprio da tali considerazioni derivano anche alcuni severi giudizi che Durtal esprime sul cattolicesimo dei suoi tempi e sulla decadenza della liturgia e dell’arte cristiana.

L’oblato, romanzo in cui non accade quasi nulla, che segue per alcuni mesi la liturgia del monastero della Val des Saints, che si snoda in qualche conversazione con i suoi monaci o in qualche visita ai musei e alle chiese di Digione, è però un romanzo in cui sono contenute moltissime suggestioni: l’arte fiamminga, la storia del breviario romano e di quello benedettino, il canto piano, la botanica, la farmacopea medievale, la storia degli ordini monastici e degli oblati benedettini, delle toccanti riflessioni sul valore salvifico della sofferenza… È un romanzo intensamente liturgico, solenne, capace di suscitare una profonda nostalgia di bene, che si conclude con lo slancio dell’anima di Durtal: «Ah! Mio caro Signore, dacci la grazia di non mercanteggiare così, di non evitare una volta per tutte di vivere alla fin fine non importa dove, a patto però che sia lontano da me stesso e vicino a Te!».

Dopo la fine della Cristianità: bellezza, preghiera, sacrificio.

Dopo la fine della Cristianità: bellezza, preghiera, sacrificio.

Sembra essersi diffusa una parola d’ordine nelle fila del cattolicesimo occidentale. Negli USA si parla da qualche tempo di “opzione Benedetto”, a suo tempo Giovannino Guareschi parlava di “salvare il seme”, senza contare Joseph Ratzinger, che già nel 1969 affermava durante una trasmissione radiofonica: “Dalla crisi odierna emergerà una Chiesa che avrà perso molto. Diverrà piccola e dovrà ripartire più o meno dagli inizi. Non sarà più in grado di abitare gli edifici che ha costruito in tempi di prosperità. Con il diminuire dei suoi fedeli, perderà anche gran parte dei privilegi sociali”. Anche Jacques Maritain rifletteva sulla fine della Cristianità e numerosissimi autori, di quella che possiamo chiamare la scuola Controrivoluzionaria, riflettono e scrivono a partire da questo dato di fatto.
Ci siamo, siamo al piccolo resto di Israele: un processo culturale durato secoli sembra ormai giungere alla fine. Siamo passati dall’ostilità di pochi nemici radicali, alla marginalizzazione sociale, all’irrilevanza, fino a giungere ormai alla persecuzione e, presto, al martirio. Non possiamo negare di aver contribuito spesso noi stessi alla nostra soppressione, con errori politici, strategici, umani, dottrinali, e di questo prima o poi spero ci si renderà conto.
Tuttavia, se l’annuncio di Cristo ha ancora un’attualità, se la sua promessa di salvezza non è stata falsa e vana, siamo ancora tenuti alla speranza. Speranza prima di tutto nella possibilità di una santità individuale, poi di una trasmissione del seme alle generazioni future, infine una speranza anche collettiva. Non nel senso, fallace, che un qualunque ordinamento civile possa automaticamente portare alla salvezza, non esiste e non può esistere nessun paradiso in terra, ma nel senso che alle società si possono dare ordinamenti più o meno conformi a rendere possibile, cioè a non ostacolare, la salvezza dei singoli. Senza nessun determinismo, e con la consapevolezza che la libertà individuale è un affare serio e inaggirabile, vogliamo ancora sperare in un mondo in cui annunciare il Vangelo integralmente non sia un’attività a rischio di marginalizzazione, censura, sanzione. Ma soprattutto vogliamo poter immaginare per i nostri figli un mondo dove il diritto naturale abbia effetto sulle leggi civili, in cui non sia possibile insegnare ai figli contro la fede dei padri, in cui la natura non sia una sorta di nuova divinità a sé stante, ma un libro che porta su di sé tracce del dito del suo Creatore.
Vogliamo un mondo dove la verità e la bellezza siano i primi criteri di giudizio, e si sappia invece che sentimenti e sensazioni riguardano un altro ambito, che non necessariamente è veritativo. Soprattutto vogliamo poter sperare nel Paradiso, e trasmettere la nostra speranza a tutti coloro che vorranno ascoltare.
Molti si chiedono, lo so, se non sia giunta l’ora di costruire nuovi monasteri. Se Don Massimo Lapponi cerca di fare una scuola a distanza, per insegnare le virtù disperse che possono far fiorire una famiglia (preghiera, arti decorative, canto…), l’amico Alessandro Benigni immagina qualcosa di forse ancora più radicale: una vita separata, quasi una forma di disobbedienza civile.
In particolare a me interessano tre livelli:
1. come un mondo che scopre di non essere più la moral majority elabori delle strategie di trasmissione di fede e valori (o almeno ne discuta);
2. alcune specifiche comunità (ad esempio quella di Clear Creek) che si organizzano creando nuclei umani che approfondiscano al massimo la loro coerenza interna di vita, che condividano un orizzonte e che, nella pratica, abbiano mani libere in materia educativa, organizzativa a livello almeno locale, cultuale e culturale;
3. più di tutto: il “quaerere Deum”, che è l’origine dell’opera di san Benedetto come ci spiega Benedetto XVI al Collège des Bernardins, e che non necessariamente si declina nella nascita di comunità separate, ma che altrettanto è radicalmente ostacolato nella quotidianità perché la persecuzione è vicina, è già in atto, e rimanere isolati e senza mezzi non ci rende più protetti. La lezione di san Benedetto mi pare significare, tra l’altro, che un mondo nuovo nasce quando si smette di puntellare quello vecchio che sta morendo e ci si rivolge completamente altrove. Non a caso non è stata l’opera di un individuo, ma di comunità e di una regola che plasma i rapporti tra gli uomini. In questo senso è illuminante dom Gérard Calvet, O.S.B., quando parla dello Spirito di cristianità.
Su quest’ultimo punto, in particolare, permettetemi di esprimere tutta la mia angoscia, mi pare che abbiamo ormai superato un punto di svolta e non credo che sarà considerato sufficiente constatare che prevalgono opinioni e stili di vita radicalmente contrari al piano di Dio: siamo ormai al punto in cui ci viene richiesto con sempre maggiore insistenza di “essere d’accordo”, di consegnare i nostri figli perché siano rieducati e ci guardino con diffidenza, di riconoscere di essere completamente impresentabili solo in quanto cristiani. Allora non so se l’opzione Benedetto costituisca una risposta, forse però elabora una domanda.
Io non ho soluzioni e ricette, solo alcune intuizioni: che la fede si risolleverà con la bellezza liturgica più che con mille piani pastorali, che la santità sarà più convincente di ogni discorso politico o sociale, che la bellezza dell’opera di Dio e di quelle degli uomini dissodi il cuore più arido e che, infine, non sarà ciò che è comodo e facile, ma ciò che è arduo, doloroso, difficile, a riportarci in pieno possesso delle nostre anime. Anche se ci piacerebbe che fosse il contrario, è il Sacrificio (e il sacrificio) la chiave delle nostre esistenze. L’uomo, diversamente da quel che ci dice il nostro tempo, è fatto di anima e corpo, e la dimensione spirituale prevale e giudica sull’altra. La nobiltà d’animo, la paternità spirituale, la grandezza e nobiltà interiore sono le uniche vere alternative alla vita da bestie tecnologiche che ci si sta preparando.
«Redimere tempus. — L’unica nobiltà dell’uomo, la sola via di salvezza consiste nel riscatto del tempo per mezzo della bellezza, della preghiera e dell’amore. Al di fuori di questo, i nostri desideri, le nostre passioni, i nostri atti non sono che «vanità e soffiar di vento», risacca del tempo che il tempo divora. Tutto ciò che non appartiene all’eternità ritrovata appartiene al tempo perduto.» (Gustave Thibon, L’uomo maschera di Dio, SEI, Torino 1971, p. 262)
Bellezza. Preghiera. Sacrificio (che è il nome dell’amore che dona sé stesso).
Il tempo della preghiera: come pregare sempre?

Il tempo della preghiera: come pregare sempre?

Capita spesso di discutere, tra amici cattolici, di tempo e condizioni ottimali della preghiera. Alcuni pregano in macchina, camminando, cucinando, altri hanno bisogno di un luogo tranquillo, un tempo dedicato e di una certa disposizione d’animo. Ovviamente succede a tutti di trovarsi alternativamente nell’una o nell’altra situazione.

In via del tutto ideale, è ovvio che sarebbe meglio pregare senza distrazioni, mettendosi alla presenza di Dio e magari facendo anche una composizione di luogo, cioè aiutandoci con gli occhi interiori a ricostruire il quadro su cui stiamo meditando (immaginare i dettagli concreti di una certa pagina della Scrittura, o di un mistero del santo Rosario…). Sarebbe d’aiuto un luogo appartato, silenzioso, raccolto. E avere il tempo necessario… cioè – a queste condizioni – la maggior parte di noi non potrebbe pregare quasi mai!

Penso alle mamme con figli piccoli, che si addormentano dove si appoggiano, a chi fa lavori pesanti, a chi ha famiglie numerose e sempre in attività, a chi assiste persone malate e anziane e non può disporre liberamente del proprio tempo. Allora che si fa? Si trasforma in preghiera il nostro desiderio di preghiera, i nostri frammenti sgangherati, quel poco che riusciamo a fare, sperando che Nostro Signore faccia come con i pani e i pesci, e ne moltiplichi i frutti spirituali oltre le nostre aspettative. Non voglio dire che possiamo trascurare la preghiera perché tanto è lo stesso, ma credo che a volte la fedeltà difficile, arida, che sembra quasi senza frutto, sia più preziosa di un ideale irraggiungibile. Se guardo a me, credo di essere stata vittima di una tentazione tutte le volte che ho rinunciato a pregare perché mancavano “le condizioni ideali”. E credo di essere stata benedetta da alcuni doni spirituali ogni volta che, nonostante la mediocrità della preghiera, non l’ho abbandonata.

Bisognerebbe essere come fisarmoniche, capaci di comprimersi nella preghiera a spizzichi e bocconi, quando non si può fare di meglio, e poi di allargarsi in una preghiera profonda, concentrata, prolungata, quando le occasioni ce lo consentono. In concreto, credo sia meglio dire il Rosario guidando o cucinando che non dirlo affatto. Quel giorno magari sarà un po’ meccanico, ma nel lungo periodo, una lunga serie di giorni in compagnia della preghiera – per quanto imperfetta – hanno un gusto diverso dai periodi della nostra vita in cui la preghiera è assente.

C’è una preghiera che mi commosse particolarmente nei primi tempi della mia conversione, si intitola “Amami come sei”, la potete trovare qui, e che dice una cosa molto vera: se attendiamo di essere perfetti (e di essere nelle condizioni perfette) prima di pregare e amare Dio, non lo faremo mai.

E’ vero piuttosto il contrario, cioè che la costanza, la fedeltà nella preghiera, anche con la testa che cade dal sonno, o la mente distratta da altro, creano quelle condizioni di frequentazione e di intimità con Nostro Signore, che ci permettono, nel tempo, di poter anche sperare in momenti di unione profonda, di intimità, di relazione vera. Se non siamo abituati a percorrere quella strada giorno dopo giorno, non potremo incontrarci nessuno. E non è detto che anche i nostri continui tentativi e fallimenti non possano essere un’offerta gradita a Dio. In un certo modo vale anche per la Messa: ci sono giorni, a volte settimane e mesi, in cui la partecipazione è solo meccanica, si va, si sta un’ora, si esce… e nulla nel profondo è stato toccato. Ma la preghiera cristiana non è una pratica di meditazione come se ne trovano altrove, l’attenzione non è tanto focalizzata su ciò che “sento” o che “mi accade”, quanto piuttosto è mettersi alla presenza di Cristo, dialogare con Lui, chiedergli che, attraverso lo Spirito Santo, ci illumini e ci guidi. In questo dialogo hanno importanza, certo, le condizioni in cui arrivo, quanto sono pronta all’ascolto, ma altrettanto importante è l’azione di Nostro Signore in me, ma che non dipende da me. Per questo motivo va fatto il possibile per pregare bene, ma non bisogna pensare che ci siano condizioni talmente ostili da impedire la preghiera. Magari solo un piccolo appuntamento quotidiano, dieci minuti al mattino prima che la giornata abbia inizio, o alla sera, quando ormai sta terminando, ma il più possibile costante, certi che ciò che facciamo non è un atto solo interno alla nostra mente e al nostro cuore, ma in rapporto con la mente e il cuore di Cristo, che non ci può lasciare senza i beni spirituali di cui abbiamo bisogno.

 

Due Rivelazioni

Due Rivelazioni

“(…) ci sono due Rivelazioni, quella nel Libro della Natura, dove le cose visibili di questo mondo significano le cose invisibili del mondo a venire, e l’altra del Libro della Scrittura, dove le cose invisibili del mondo a venire sono rese visibili nella vita e nella morte di Cristo. Attraverso l’intimo rapporto con la natura nel lavoro manuale e l’assorbimento della Sua presenza nella Messa, e della sua Parola nella lectio divina, nel canto dell’Ufficio e una vita di conformità integrale con esso, l’intera persona del monaco, corpo e anima, è trasformata in Cristo.”

(John Senior, The Restoration of Christian Culture, 1983, Ignatius Press San Francisco, ripubblicato nel 2008 da IHS Press, Norfolk)

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