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Due Rivelazioni

Due Rivelazioni

“(…) ci sono due Rivelazioni, quella nel Libro della Natura, dove le cose visibili di questo mondo significano le cose invisibili del mondo a venire, e l’altra del Libro della Scrittura, dove le cose invisibili del mondo a venire sono rese visibili nella vita e nella morte di Cristo. Attraverso l’intimo rapporto con la natura nel lavoro manuale e l’assorbimento della Sua presenza nella Messa, e della sua Parola nella lectio divina, nel canto dell’Ufficio e una vita di conformità integrale con esso, l’intera persona del monaco, corpo e anima, è trasformata in Cristo.”

(John Senior, The Restoration of Christian Culture, 1983, Ignatius Press San Francisco, ripubblicato nel 2008 da IHS Press, Norfolk)

Come in Blade Runner

Come in Blade Runner

Mi è venuta in mente l’ultima scena di Blade Runner, così com’era quando il film fu distribuito nei cinema, nel 1982. Lo so che il finale inizialmente previsto da Ridley Scott era un altro, che poi fu aggiunto in seguito, quando al regista fu concesso di poter rimaneggiare quello che ormai era diventato un classico del cinema di fantascienza.

Dopo l’intero svolgersi della vicenda sotto cieli neri di pioggia ininterrotta, in ambienti bui, chiusi, claustrofobici, iperpopolati, nell’ultima scena finalmente si rivedono un orizzonte ampio e la luce del sole. Finalmente il cielo torna ad essere aperto, il mondo un posto buono, incerto, ma bello, dove l’amore è possibile e il sole a volte splende sui boschi. Dove l’amore e la vita hanno ancora un senso, ma misterioso, non governabile e programmabile a tavolino.

Ecco, quel mondo ancora c’è, là fuori. Non importa quanta pioggia stia cadendo, da quanto tempo. Il mondo è ancora un buon posto in cui vivere, l’amore lo rende migliore, il suo Creatore non si è sbagliato di una virgola: ha preparato un sole perenne, anzi è il sole Lui stesso. Ci chiede solo di alzare lo sguardo e cercarlo. Di rimanere attaccati a quel che ci fa bene, non sia altro che una sola persona, una sola preghiera, una sola lettura, un solo canto.

Nascantur in Admiratione

Nascantur in Admiratione

L’Abbazia di Nostra Signora di Clear Creek è una comunità benedettina appartenente alla Congregazione Solesmense. Fondata nel 1999 dall’Abbazia di Nostra Signora di Fontgombault, che si trova in Francia, ha sede nella diocesi di Tulsa, nell’Oklahoma, USA. Nel 2000 è stata eretta a priorato e nel 2010 è diventata un’abbazia. Attualmente la comunità conta 50 monaci. Il motto dell’abbazia è Ecce, fiat. La comunità segue la forma extraordinaria del rito romano e l’ufficio e la Messa sono cantati in gregoriano.

Particolarmente interessante è la storia della comunità, che ha origine in un corso universitario avviato negli anni 1970 da tre professori dell’Università del Kansas. Fu inaugurato un programma di studi umanistici completamente basato sui grandi classici del pensiero occidentale, a partire da quelli greci, latini e medievali. Numerosi studenti che si erano impegnati in questo corso di studi sulla civilizzazione occidentale (potremmo dire chiamarlo il “canone occidentale” che dà il titolo a questo blog) finirono con l’interessarsi alla vita monastica e si recarono in Francia presso l’Abbazia di Nostra Signora di Fontgombault. Alcuni di loro entrarono in quel monastero come novizi, sperando di potere un giorno far parte di una fondazione monastica negli Stati Uniti. Ci volle del tempo perché i novizi ricevessero una solida formazione, ma nel 1998 i tempi erano maturi e fu individuato un luogo adatto per una fondazione in località Clear Creek. A settembre del 1999 arrivò il primo gruppo di fondatori dalla Francia. Iniziò un periodo di lavori per realizzare i locali del monastero e per avviare le attività di sostentamento per i monaci. Nel frattempo iniziarono a fiorire le vocazioni. Fu iniziata la costruzione di un ambizioso edificio romanico, progettato da Thomas Gordon Smith, della Notre Dame University.

Il 12 maggio 2008 il nuovo monastero ricevette la benedizione di mons. Slattery.

Il 10 febbraio 2010, essendo la comunità ulteriormente cresciuta, dom Antoine Forgeot, abate di Fontgombault, annunciò alla comunità riunita in capitolo l’elevazione canonica del priorato allo status di abbazia. Il giorno seguente dom Philip Anderson fu eletto primo abate dell’Abbazia di Nostra Signora di Clear Creek, ricevendo la benedizione abbaziale il 10 aprile dello stesso anno.

Nel corso degli anni non solo è cresciuta la comunità monastica, ma nei dintorni si sono insediate numerose famiglie, desiderose di vivere nel raggio di irradiazione spirituale del monastero e di frequentarne la liturgia.

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Particolarmente interessante è il corso universitario da cui tutto ebbe origine: The Integrated Humanities Program (IHP), promosso negli anni 1970 dai professori Dennis Quinn, John Senior e Frank Nelick della University of Kansas. Il programma prevedeva, oltre alla lettura commentata dei grandi classici della civilizzazione occidentale, l’apprendimento di poesie a memoria, il canto di canzoni popolari, lezioni di walzer e osservazione astronomica, vista come una delle più grandi fonti di meraviglia. Il motto del corso era infatti Nascantur in Admiratione, nascano nella meraviglia.

Il corso ebbe fine a seguito di polemiche dovute al gran numero di conversioni fiorite tra i suoi studenti, i docenti furono accusati di fare proselitismo e nel 1979 l’università pose fine al programma, che aveva formato negli anni circa duecento studenti, tra i quali il vescovo cattolico James Conley, della diocesi di Lincoln, nel Nebraska, l’arcivescovo Paul Coakley, dell’Arcidiocesi di Oklahoma City, nel Nebraska, Robert Carlson, co-fondatore del Wyoming Catholic College, oltre allo stesso dom Philip Anderson.

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L’abbazia di Clear Creek ha una storia particolarmente interessante perché riunisce alcuni elementi su cui andiamo a riflettere da tempo: la trasmissione della tradizione culturale occidentale, la vita monastica, la liturgia tradizionale, il nascere di comunità di famiglie che si coagulano attorno a un forte desiderio di vita buona. È un po’ la prova, o la speranza, che dalle stesse buone radici possa ancora una volta sorgere un albero che dà gli stessi buoni frutti.

Stabilitas loci

Stabilitas loci

Nell’ordine benedettino i monaci al momento della loro professione solenne pronunciano tre voti: stabilità – stabilitas, conversione dei costumi – conversatio morum e obbedienza – oboedientia (v. Sancta Regula, cap. LVIII).

In sintesi, la conversione dei costumi ha a che fare con povertà e castità, ma è molto più vasta: parla di radicalità evangelica, di completa riforma della propria esistenza, di abbandono della vita nel mondo per una nuova vita posta alla presenza di Dio.

L’obbedienza ha a che fare con la parola che apre la stessa Regola di san Benedetto: obsculta, ascolta. Il monaco è obbediente perché si pone all’ascolto della volontà di Dio, che si manifesta in particolare nella Scrittura, nella liturgia, nell’Abate e nella comunità. Solo in questo modo ha la garanzia di non essere su una strada tracciata dalle proprie illusioni, ma alla sequela di Cristo.

La stabilità, infine, ha a che fare con il legame specifico con una singola comunità, l’impegno e la fermezza nel vivere in un luogo definito, con precise persone, all’interno di consuetudini determinate. Il monaco non sceglie di far parte di un intero ordine monastico, non ha un legame generico con la spiritualità di san Benedetto, ma sa che la sua vocazione passa attraverso il rapporto con un gruppo di persone in carne ed ossa, una speciale declinazione della comunione dei santi che crea una temperatura e coloritura spirituale diversa in ogni monastero. Vede il Cielo dallo spazio ristretto di un chiostro e sa che ogni piccola norma, sulla sveglia e i pasti, sugli orari e il sonno, sul vestiario e il modo di salutarsi, ogni dettaglio ripetuto negli anni, radicato a fondo nel corpo e nella mente, potrà essere una scala verso le altezze della vita dello spirito o una zavorra che porta al suo degrado.

La stabilità parte dalla consapevolezza che nulla ha valore nell’uomo, che non sia frutto di perseveranza, di combattimento e sacrificio. Possiamo declinare tale consapevolezza in molti modi: nei rapporti famigliari, ad esempio, cosa vale un amore che sia solo sentimento e passione, se non è posto nel crogiolo della fatica, della disillusione, della quotidianità, del tempo, persino alla prova feroce della malattia, del tradimento, del lutto, a volte?

La stabilitas loci nella vita spirituale, e non solo dei monaci, è perseverare in ciò che ci fa bene e ci nutre, senza la tentazione di diventare vagabondi dello spirito, scegliere ad esempio un padre spirituale, non svolazzare tra varie figure, magari carismatiche, oppure trovare un luogo dove frequentare la Messa, senza diventare dei turisti liturgici, o ancora rimanere fermi in alcune letture spirituali che ci fanno bene, invece di avere una sorta di bulimia che ci porta a mille letture, mille pratiche, mille suggestioni appena colte e subito abbandonate senza approfondirle. Personalmente, ad esempio, amo recitare l’Ufficio e il Rosario, ma non mi trovo particolarmente bene con altre devozioni e novene. Per altri sarà magari l’opposto, ma dubito fortemente che tentare di imbottire la propria vita con tutte le possibili opzioni che abbiamo nel campo della preghiera ci porti a una spiritualità più ricca. Ciò che conta è posare il piede ogni giorno sulla stessa pietra, sedere allo stesso stallo, vedere la luce filtrare dalla stessa finestra, scorgendone le variazioni nell’arco del giorno, delle stagioni e degli anni. Fuor di metafora, si tratta di sviluppare un radicamento e un’unità interiore, che tanto acquista in profondità tutto ciò che si nega in ampiezza e superficialità. Perché tutto ciò che non è profondo e radicato viene la tempesta e lo sradica, viene la tentazione e lo corrompe, viene la prova e lo schianta. Solo ciò che rimane fisso in Cristo si regge, o meglio: viene sorretto e sta.

Per la vita interiore

Per la vita interiore

«Non si può capire niente della civiltà moderna se, prima di tutto, non si riconosce che essa è una cospirazione universale contro qualsiasi forma di vita interiore»
George Bernanos

Le civiltà in cui viviamo dipendono da fattori che non sempre sappiamo prendere pienamente in considerazione. La cavalleria medievale finisce, non solo ma anche, per l’avvento di nuove tecniche di guerra che rendono obsoleto e vulnerabile lo scontro tra due cavalieri, ad esempio. Eppure finisce un mondo, un sistema di valori, un ordine sociale. Giusto perché la fanteria prende nuova importanza e stare a cavallo rigidamente ricoperti di metallo non è più tanto utile in battaglia. Ma anche, soprattutto, il contrario: l’avvento del cristianesimo ridisegna e alla fine soppianta il mondo classico, il monachesimo ridisegna il cristianesimo, alcuni santi ridisegnano il proprio tempo. Possiamo pensare ogni civiltà e cultura come il frutto di una tensione e un’integrazione tra gli elementi materiali e quelli spirituali.

La basi materiali sono molteplici. Le città moderne nascondono sempre più radicalmente ogni elemento di natura non umanizzato: il cielo stellato, l’erba bagnata, il sole che sorge e tramonta all’orizzonte, il ghiaccio per terra, gli animali selvatici… e ci restituiscono un’illusione di natura sempre più artificiale e umanizzata. Animali domestici, cieli illuminati in piena notte, zone verdi allestite su progetto, alternanza di buio e luce fortemente falsata, cibo pronto sugli scaffali. Anche le zone tra una città e l’altra sono fortemente umanizzate: capannoni, coltivazioni, superstrade, lampioni, tralicci… se penso ai piccoli centri della Pianura Padana, ad esempio, mi pare che l’elemento naturale, con qualche albero e qualche zanzara in più, non sia però davvero più presente che in città. Come può questo paesaggio esteriore non avere ripercussioni interiori? Sia chiaro: non credo che l’uomo sia un elemento negativo per la natura, anzi credo che la sua presenza renda abitabile il mondo, ne faccia una casa, ma c’è una differenza abissale tra domare, faticare sulla natura, e invece voltarle le spalle, perdendo il senso della realtà. Non a caso il mondo contemporaneo, che è l’apice dell’artificiale e del virtuale, è anche quello più radicalmente illuso sulla bontà della natura e sulla negatività dell’uomo all’interno dei suoi meccanismi.

Non voglio riflettere sui bei tempi antichi e neppure invitare a consumare i prodotti del contadino a chilometri zero. Ma mi chiedo cosa viene a mancare della consapevolezza del mondo, nel nostro modo di percepire la realtà, senza un cielo stellato, senza boschi da attraversare, senza una natura a volte anche matrigna da affrontare, senza vedere il mare dal largo e il cielo dalla cima di una montagna. Cosa non possiamo più comprendere delle antiche favole popolari, ad esempio? O dell’Odissea, o dell’Antico Testamento? Addirittura quali elementi cosmologici della liturgia e della fede cattolica ci risultano sempre più opachi, proprio per la vita che conduciamo, sottratta a tali elementi?

E questo che effetti ha sul modo in cui percepiamo noi stessi, la nostra vita, i rapporti con gli altri e quello con Dio? Banalmente si potrebbe dire che una popolazione di pastori di 3.000 anni fa percepisce il Creatore del Cielo e della Terra in modo ben diverso da un cittadino di una qualunque metropoli del terzo millennio dopo Cristo. Ha proprio un’altra idea di cielo e terra. Eppure qualcosa di eterno, di universale, è posto dentro di noi, una relazione con il proprio corpo, con luce e buio, con suono e silenzio. Ci sono elementi semplici, come il fuoco di un roveto che arde, l’acqua di una sorgente che sgorga dalla roccia, un tralcio innestato sulle viti, che possono a parlare ancora e per sempre a tutti gli uomini.

La nostra frammentazione interiore è senza precedenti. Abbiamo bisogno, molto più dei primi Padri del Deserto, più di san Benedetto e san Romualdo, di tendere verso una ricomposizione interiore. Una vita che sappia ricomporre le nostre basi materiali in un’unita spirituale superiore. Non solo nei monasteri, anche nel mondo bisognerebbe imparare a vivere come monaci del nostro tempo, cercando tutto ciò che nutre l’uomo interiore, ciò che ci fortifica. Un contatto religioso con la natura che non sia turismo, un rapporto con il tempo che non sia compulsivo, la possibilità di arrivare a farsi un’opinione su fatti importanti solo dopo una lunga riflessione, coltivare rapporti umani che indichino l’alto. Conversare lentamente, leggere con attenzione, camminare nei boschi, pregare a lungo in silenzio. Adorare. Faticare, dormire, mangiare con gusto, digiunare con regolarità, saper godere di alcuni semplici piaceri e sapersene astenere. Narrare storie potenti. Rinunciare a una massa di informazioni che non ci riguardano e non ci servono e avere invece la massima cura della verità. Ancora una volta quaerere Deum.

L’intelligenza dei non credenti può essere eccelsa e quella dei credenti modesta. Ma la prima, superiore, può essere tanto grande quanto lo è un abisso, mentre la seconda è santa quanto un tabernacolo. Nella prima vive l’errore, nella seconda la verità. Nell’abisso vi abita con l’errore la morte; nel tabernacolo invece, con la Verità, la vita. Perciò, per quelle società che abbandonano il severo culto della Verità a favore dell’idolatria della ragione, non vi è speranza. Ai sofismi seguono le rivoluzioni e dietro i sofismi marciano i boia.

Juan Donoso Cortes

 

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