Manifestazione pro-Isis in Belgio, ma ce ne sono state di simili in Gran Bretagna, Calais in questi giorni è presa d’assalto. Non voglio fare una considerazione razzista o anti-islamica, ma ragionare su qualcosa di più profondo. Fino a che punto una società basata sulla libertà di espressione e di opinione può sopportare al suo interno la presenza di gruppi organizzati che si oppongono radicalmente a tale libertà? Qual è la quota di rifiuto dei principi comuni che possiamo metabolizzare e quando invece il rispetto di chi non ci rispetta diventa un suicidio (almeno culturale)?

Bisognava forse essere seri sin da subito: impedire con ogni mezzo nei nostri paesi l’infibulazione, i tribunali islamici privati, ogni discorso di odio, bisognava non chiudere un occhio, non creare due pesi e due misure, non assolvere nei tribunali britannici degli stupratori islamici perché “fa parte della loro cultura”. Bisognava incoraggiare altri e diversi flussi migratori, magari da paesi di tradizione cristiana. Bisognava, soprattutto, avere un nostro tessuto sociale più solido, e invece non c’era: mentre la negazione di ogni rispetto e tolleranza si insinuava tra di noi (e non parlo delle migliaia di immigrati di fede islamica che vivono pacificamente), noi eravamo completamente intenti ad autodistruggerci per la mancanza di nuove generazioni, involuti nel dibattito se concedere alle coppie omosessuali a cui – di fatto – è già concesso tutto, quell’unico punto mancante: essere una famiglia “riconosciuta” dallo stato e potersi concedere figli su ordinazione. Quei figli che le famiglie normali, spappolate, stritolate dalla crisi economica, dalle leggi scritte e, ancora peggio, non scritte del lavoro, sfasciate, impoverite, disorientate, non fanno, non riescono a mantenere e a cui non sanno più dare prospettive per il futuro, andavano invece concessi ai capricci di coppie di adulti dello stesso sesso, ma ben paganti.

Cioè, mentre da un lato la marea monta, noi siamo intenti a creare un vuoto, rimuovere ogni barriera, rimuovere ogni resistenza, e saremo travolti.

La resistenza si fa ripensando seriamente le basi del nostro vivere comune, che – in forma confessionale o laicizzata – sono inevitabilmente basi cristiane: il rispetto della persona, della vita, la tutela della famiglia, la trasmissione di nome, beni, valori, di padre in figlio, il diritto a un’identità certa, la tutela dei più deboli.

Si può certo costruire una società su basi del tutto diverse da queste, ma non si può fare senza un minimo di valori condivisi, se non saranno i nostri valori, saranno quelli di qualcun altro. Così, quando i nostri valori, anche laici, ma di derivazione cristiana, saranno spazzati via del tutto, si aprirà lo spazio per un’altra civiltà, che non è la nostra, non rimarrà un “liberi tutti”, più probabile uno “schiavi tutti”, perché saranno rimosse le ultime barriere al diritto del più forte.

La difesa si fa, in modo molto immediato, tutelando le famiglie, non i traffici di embrioni, i genitori multipli, il mercato degli uteri, la scelta del sesso del nascituro, della razza, dello stato di salute.  Mostruosità degne del peggior incubo nazista.

La difesa, semplice, quasi banale, si fa riconoscendo che sono le famiglie composte di un uomo e una donna a fare figli e, se messe nelle condizioni giuste, talora più figli. E che mediamente per questi figli si spenderanno, cercheranno per loro la migliore istruzione possibile, le migliori condizioni di lavoro, li cureranno e spereranno di essere curati a loro volta a tempo debito, creeranno quel tessuto fatto di sangue, affetti, beni, comunanza di valori, che è proprio la migliore barriera al fanatismo montante, a quell’enorme macchia oscura di violenza e sopraffazione che vorrebbe inghiottirci.

Ogni politica dei nostri governanti che non va in questa direzione è colpevole, è accondiscendenza alla nostra rovina, è un punto a favore di chi vuole fare – da secoli – dell’Europa cristiana il suo miglior trofeo.

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