Bisogna partire dalla fine.

Memoria liturgica di santa Monica, la madre di sant’Agostino: 29 donne, quattro neonati e due bambini assistono alla Santa Messa in uno splendido giardino. C’è raccoglimento, ci sono bei canti, tutte sono in silenzio. L’unica voce che si sente di tanto in tanto proviene dai piccolissimi. C’è un profondo raccoglimento. Il sacerdote esordisce dicendo che proprio quel sacrificio eucaristico è il legante che ci tiene insieme. Qualcuna poi confesserà di aver provato il desiderio di fare tre tende, non far finire mai quel momento. Tutte riconosceranno di aver provato lo stesso sentimento. Quella Messa è stata il culmine e la fonte di tutto.

Il 27 agosto 2014 è davvero successo “qualcosa”.

Ma torniamo indietro di qualche tempo.

Un gruppo di donne si incontrano sui social network: facebook, blog, anche qualche amicizia nel “mondo reale”. Partono le chiacchiere, un po’ serie, un po’ facete, si commenta l’attualità, si prega le une per le altre, si raccontano quotidianità fatte di mariti, figli (complessivamente ne totalizziamo 87), lavoro, smalti, vacanze, fede, borse, io ho letto questo libro, lei ha visto quel film… Essendo donne, ovviamente, lo spazio di un social network o di un blog sta stretto: iniziano a partire le prime telefonate-fiume.

La voglia di incontrarsi intanto cresce, ma come si fa? Siamo sparse in tutta Italia, ognuna a seguire la trama della propria vita. A coppie, a piccoli gruppi, ci si inizia a conoscere. Alcune famiglie diventano amiche, i figli si conoscono: si fa insieme una veglia delle Sentinelle in Piedi, un pellegrinaggio, i figli vanno agli stessi campi estivi, si cerca di passare qualche giorno in compagnia, qualche famiglia trascorre una breve vacanza insieme.

Io scrivo in un post la convinzione che le famiglie siano i nuovi monasteri del futuro, i luoghi dove si coltiva un’umanità nuova, dove può rinascere la vita buona, come dice Cristina. Ogni tanto si butta lì che bisognerebbe vederci tutte, ma come si fa?

Fino a che un giorno una dice seriamente: “Troviamo il posto, stabiliamo la data”.

Ci vuole qualche mese per incastrare tutto come si deve.  Una mette a disposizione il luogo, l’altra trova un sacerdote, un paio si occupano dei canti, molte portano cibo e doni, offrono passaggi e posti letto a chi viene da più lontano.

Alla fine ce l’abbiamo fatta.

Ci siamo abbracciate, guardate negli occhi, abbiamo urgenza di conoscerci meglio, ci siamo commosse, è scappata qualche lacrima, abbiamo giocato, riso, parlato a ruota libera, mangiato e bevuto più che bene, ci siamo scambiate doni e richieste di preghiera.

Qualcuno può vederla come una banale riunione di bigotte ma, pur senza rappresentare ufficialmente nessuno, tra di noi si trovano esperienze e sensibilità ecclesiali molto disparate: veniamo da Comunione e Liberazione, Opus Dei, Cammino Neocatecumenale, Rinnovamento nello Spirito, Alleanza Cattolica, Movimento Liturgico Giovanile, Movimento per la vita, Sentinelle in Piedi, oblate benedettine, semplice impegno “di parrocchia”. Soprattutto, ognuna di noi testimonia un’amicizia in Cristo.

La fede è per certi versi assolutamente individuale, sta al fondo dell’anima di ognuna di noi, ma per diventare vita vissuta deve incarnarsi in famiglie, gruppi umani, amicizie concrete. Solo così si diventa strumenti della regalità sociale di Cristo, nuclei di umanità nuova che attraggono in forza della bellezza che lasciano intravvedere. Credo che abbiamo fatto un passo in questa direzione.

La parola che è si è sentita di più è stata “grazie”.  Grazie le une alle altre e grazie a Dio. Grazie per averci permesso di intrecciare i fili un po’ contorti, doloranti, faticosi, incompleti, delle nostre vite, ricavandone un arazzo meraviglioso.

Una domanda rimane nell’aria: “Quando lo rifacciamo?”.

Vedi anche: Accade inaspettato

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