Togliamo il disturbo. Saggio sulla libertà di non studiare è il titolo di un libro di Paola Mastrocola.

La Mastrocola insegna in un liceo torinese, è autrice di libri di poesia e di narrativa e aveva già affrontato l’argomento della scuola in un altro saggio, La scuola raccontata al mio cane, e in un romanzo, Una barca nel bosco.

Togliamo il disturbo ha avuto numerose edizioni in pochi mesi e la cosa non stupisce: si tratta di un libro che ha il coraggio di non parlare della scuola in base a ideologie, ma osservando le persone, i professori, gli studenti, le famiglie.

Personalmente ho trovato particolarmente interessante la parte contro il donmilanismo imperante nelle scuole, ma soprattutto ho sentito la sensazione di un abbaglio collettivo.

Forse, negli anni Sessanta del secolo scorso, aveva un senso cercare di rendere la scuola più alla portata di tutti: serviva un grande strumento che permettesse l’accesso all’istruzione da parte di fasce sempre più ampie della popolazione, questo significava anche mobilità sociale, speranza di vita più dignitosa per i propri figli, valorizzazione dei talenti di tutti.

Oggi siamo arrivati all’estremo opposto di un pendolo: la scuola è frequentata da tutti, il più a lungo possibile e con il minor apprendimento possibile. Semplicemente non c’è più accesso alla cultura per questi ragazzi che al liceo fanno fatica a leggere Italo Calvino, che la scuola sta ingannando rendendo tutto più destrutturato, meno impegnativo, pre-digerito, facilitato. Non è neppure più uno strumento di mobilità sociale e non assicura certamente un lavoro. Stiamo allevando una generazione di semi-analfabeti che credono di sapere tutto perché ci sono internet e wikipedia.

Gli ultimi chi sono ora? I ragazzi che davvero vorrebbero studiare, che avrebbero talento, voglia di impegnarsi, capacità di imparare davvero, gli insegnanti che si aspettano di non dover correggere errori di ortografia al liceo, di non dover ricominciare con la grammatica italiana, che vorrebbero fare entusiasmare i propri ragazzi sull’Iliade in originale, che vorrebbero parlare di autori come Tasso o Dante senza avere di fronte una platea inespressiva, chiaramente assente.

L’abbaglio sta nel fatto che la scuola aperta a tutti è diventata la scuola a cui nessuno può sottrarsi: neppure se non avesse voglia di studiare, neppure se avesse altri talenti. Non è una scuola che accoglie in base alla propensione allo studio, indipendentemente dal reddito, ma una scuola che marginalizza chi vuole studiare, perché nel frattempo deve permettere a un numero troppo grande di ragazzi di posteggiarsi in attesa di sviluppi futuri.

Perché non permettere invece un divorzio dignitoso tra chi vuole studiare (che finalmente possa farlo) e chi magari vorrebbe fare altro (che finalmente il lavoro, o le scuole professionali, non siano considerate scelte di serie B)? Mi piacerebbe sentire anche altri pareri sull’argomento.

Per chi volesse approfondire segnalo una serie di articoli di approfondimento sul libro della Mastrocola:

qui, qui, qui, qui, qui e qui.

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