Riprendiamo un post già apparso sul blog  di Costanza Miriano

Non bisogna datare le rivoluzioni dal giorno in cui esplodono. In un certo senso allora finiscono

Jacques Ploncard d’Assac (1910-2005)

di Daniela Bovolenta e Cristina Tamburini

 “Non bisogna datare le rivoluzioni dal giorno in cui esplodono. In un certo senso allora finiscono”[1]: cioè, quando un fenomeno radicalmente nuovo appare alla ribalta della storia è perché ha preparato in ambito culturale e sociale, quasi nell’ombra, le condizioni per la propria aperta diffusione.

Ogni grande cambiamento sociale ha una preparazione remota e delle cause prossime.

Le cause prossime di cui vogliamo parlare sono la cronaca di questi ultimi mesi, il tentativo di far passare in Italia una legge sull’omofobia, i progetti di legge sulle unioni civili che si stanno discutendo in parlamento, quelli sul divorzio breve, la privatizzazione di separazione e divorzio già approvata con decreto legge, i tentativi di introdurre la teoria del gender in scuole di ogni ordine e grado, lo smantellamento per via giudiziaria dei paletti posti dalla legge 40/2004 in materia di procreazione medicalmente assistita, l’esplicita propaganda di stili di vita disordinati, fino al tentativo di sdoganare incesto, pedofilia, aborto post-nascita.

Su ognuno di questi temi si sono create piccole ma agguerrite sacche di resistenza che, ad oggi e in linea di massima, nel nostro Paese hanno arrestato o almeno rallentato un processo che ai più sembrava non arginabile.

Questo blog da più di due anni racconta quotidianamente tale resistenza.

Quello che vorremmo fare è risalire, almeno in parte, la corrente e andare a cercare le cause remote, nella convinzione che dai princìpi discendano poi azioni e comportamenti individuali e sociali.

Questo video che vi proponiamo può essere un primo spunto per vedere uno scenario d’insieme, in cui gli elementi di dettaglio su cui ci soffermiamo di volta in volta sono inseriti in un progetto e in una tendenza più vasta e totalizzante, senza che – lo specifichiamo subito – ci sia bisogno di una teoria del complotto a dare facili chiavi di lettura: se esistono certamente attori più attivi e interessati in questa battaglia culturale, è nella tendenza generale della società che si gioca la partita.

  1. Femminismo, gender, identità

È interessante ripercorrere tutte le tappe che dal femminismo radicale degli anni 1970, complice la diffusione dei metodi anticoncezionali e dell’aborto, hanno portato prima all’obiettivo di “liberare” le donne dalla maternità e poi, grazie anche  alle strategie comunicative del mondo omosessualista più militante  e a un vasto progetto di penetrazione all’interno negli organi di governo internazionali, alla diffusione globale della teoria del gender. Tale teoria è andata via via decostruendo il concetto d’identità sessuale biologicamente determinata, a favore di una forma del tutto volontaristica e fluida d’identità auto-percepita, che non ha più bisogno di un sostegno fisiologico per essere dimostrata[2].  Il gender, teoria fluida, pervasiva proprio perché vagamente definita,  si basa sulla “decostruzione degli stereotipi di genere”, si presta a sciogliere come un acido ogni forma di cultura e di buon senso tradizionali, perché ogni resistenza alla sua marcia trionfale è aggirata irrazionalmente o bollata come “stereotipo”.

È inoltre da segnalare la decostruzione dell’identità anche in altri ambiti, come quello dell’antropologia culturale, si veda ad esempio il lavoro di Francesco Remotti[3].

Tutti questi presupposti si trovano oggi semplificati e divulgati nelle disposizioni dell’ OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) in materia di sessualità infantile e nei noti fascioli dell’UNAR, solo perché prima sono stati teorizzati e diffusi in maniera carsica all’interno di piccole cerchie di persone molto influenti, quali il mondo universitario, quello della militanza politica, quello di arte e comunicazione.  Con il cavallo di troia della lotta alla discriminazione delle donne prima, e degli omosessuali poi, istituzioni internazionali come la Commission on the Status of Women, organismo delle Nazioni Unite,[4] e un numero impressionante di ONG, fondazioni e agenzie intermedie, stanno  operando una diffusione pervasiva e massiccia del nuovo dogma del gender e dell’identità fluida, cioè queer. Persino gli aiuti internazionali ai paesi più poveri sono ormai condizionati al rispetto dell’agenda omosessualista e genderista[5]. Cinema, tv, giornali: nulla sfugge al nuovo diktat del politicamente corretto che parte per decostruire i ruoli sociali tradizionali e arriva a decostruire l’uomo. In arte un filone della body art parte da provocazioni di stampo dadaista per arrivare a scarnificazioni e modifiche corporee eseguite dal vivo. La lotta contro il supporto biologico corporeo di cui siamo dotati è sempre più estrema e non stupisce che si possa arrivare a parlare di aborto post-nascita.  C’è un passaggio dai circoli di élite alla cultura di massa.  Un passaggio ampiamente sostenuto da alcune acquisizioni soprattutto in campo biomedico: il primo passaggio è la diffusione della pillola, che crea la prima vera frattura tra sesso e riproduzione. Poi vengono aborto, procreazione medicalmente assistita, ma anche clonazione, eutanasia, omosessualismo. Sempre più i rapporti sessuali e la riproduzione prendono strade diverse, lasciandoci credere di avere un potere di controllo estremo nella produzione di nuovi esseri umani. La riproduzione umana come l’abbiamo conosciuta finora potrebbe essere presto un relitto del passato. Perché rischiare la malattia, scarse doti fisiche e intellettuali, la malformazione? Perché lasciare al caso la scelta del momento ideale in cui diventare genitori? Perché rischiare di fallire, lasciare trasformare il proprio corpo e la propria vita per nove mesi e poi per sempre? Perché non scegliere comodamente su un catalogo, programmare, volere eppure sentirsi ancora liberi di non volere più, come quei committenti di figli tramite utero in affitto che sono bene attenti a mettere clausole contrattuali sull’eventuale soppressione di un nascituro che, nonostante tutte le precauzioni, si rivelasse malato o inadatto?

  1. Derek Parfit, per esempio

“Entro nel teletrasportatore (…) Lo scanner qui sulla terra distruggerà il mio cervello e il mio corpo, registrando nel contempo lo stato preciso di tutte le mie cellule e trasmetterà queste informazioni via radio. Poiché il messaggio viaggia alla velocità della luce, ci vogliono tre minuti perché raggiunga il replicatore che opera su Marte. Passati tre minuti, questo, utilizzando nuova materia, creerà un cervello e un corpo perfettamente uguali ai miei. È in questo corpo che io mi sveglierò”[6].

Siamo più che abituati, tra cinema e letteratura di fantascienza, ad imbatterci in scenari simili. Apprezzando molto la fantascienza, davanti ad un incipit del genere vien solo voglia di proseguire nella lettura.

Di fantascienza, però, non si tratta: Derek Parfit, filosofo contemporaneo, utilizza simili “casi immaginari” per sensibilizzare la nostra opinione sul tema dell’identità personale. O, meglio, dell’identità da lui definita impersonale. Non si tratta, infatti, di leggere un articolo su una rivista divulgativa, o un dialogo informale: ci troviamo davanti ad un testo di antropologia filosofica, un testo in Italia non molto conosciuto, ma che nasconde le fondamenta della principale teoria antropologica che sottende la maggior parte dei comportamenti – e delle teorizzazioni-  che pervadono il nostro mondo occidentale.

Cercando di non scendere in tecnicismi, la teoria di Parfit è molto semplice: l’uomo non è quel che crede di essere, cioè un io, un soggetto, in qualche modo permanente e non riducibile alla somma dei propri vissuti: esperienze ed eventi mentali e fisici. Da un certo qual punto di vista si può riconoscere una coerenza interna nel suo ragionamento: l’unico modo in cui Parfit immagina sia possibile l’esistenza di un simile soggetto sussistente è il famoso cogito cartesiano. Parfit argomenta subito che il fatto di pensare non dà diritto ad assumere l’esistenza di un ente pensante: si pensa, c’è un pensiero. Questo è il massimo che ne possiamo dedurre. Invece di imputare l’inadeguatezza di tale deduzione al suo autore (Cartesio), Parfit si rassegna – un po’ troppo velocemente – ed ammette che no, non esiste nessun motivo, nessun riscontro empirico, che ci induca a credere nell’esistenza di un soggetto sussistente[7].

Ma allora, cosa esiste? Questa è la domanda interessante, perché possiamo anche concedere il beneficio del dubbio al nostro filosofo, ma d’altra parte l’esperienza inequivocabilmente dice che qualcosa c’è. Un libro, un pensiero, una sensazione – il libro tra le mani-, una “lettura”… Qualcosa c’è. Derek ci rassicura: il suo fine non è distruttivo, non vuole negare tutto, semplicemente darne la definizione corretta. Per cui, le persone esistono -meno male!!- , ma esattamente come esistono le nazioni: queste ultime esistono, e sono qualcosa di distinto dalla somma dei cittadini viventi sul proprio territorio, ma non esistono come entità esistenti separatamente, cioè indipendentemente dai cittadini e dal territorio. Allora, ricapitolando, “io” esisto, ma non esisto separatamentedai miei stati fisici e mentali.

La conclusione: semplicemente che la domanda, che sorge spontanea dall’esempio delle prime righe, “sono io quello che esce dal teletrasportatore?” è una domanda mal posta, perché se i miei stati mentali e fisici sono stati distrutti e replicati alla perfezione, esiste tutto quello che c’era prima, senza bisogno di ricercare un ulteriore principio di determinazione.

Conseguenze? Secondo il filosofo sono molte, e tutte positive: non dovremo più temere la morte (in fondo si tratta solo della fine di una concatenazione di esperienze). L’aver fortemente indebolito la concezione di me stesso come essere unitario e separato dagli altri, in realtà mi avvicina a tutti gli altri esseri viventi: da un punto di vista etico non ho più motivo di interessarmi agli eventi che qualificavo come “miei” più che a quelli di chiunque altro. Sono gli eventi in sé ad essere significativi, visto che non esiste un soggetto che li individui.

Vorremmo poter lasciare al lettore la possibilità di immaginare tutte le conseguenze che questa teoria porterebbe dal punto di vista bioetico: purtroppo sono invece sotto gli occhi di tutti noi da tempo. Aborto, eutanasia, eugenetica, teorie del gender, transumanesimo e chi più ne ha più ne metta. Tutti gli “orrori” dei nostri giorni fanno a capo a concezioni simili a queste, raramente esplicite, molto spesso implicite, e ancora più spesso del tutto inconsapevoli in chi ne difende a spada tratta le conseguenze.

Perché il giustificare tutto quello che può saltar in mente ad un uomo, solo perché è un suo “desiderio”, indipendentemente dal significato che il suo agire ha per la vita sua, o degli altri, discende principalmente dalla mancanza totale di attribuzione di significato all’io di colui che desidera. Come ben sintetizza un altro pensatore dei nostri tempi, il padre dell’animalismo Peter Singer, quel che conta è il piacere, e non chi lo prova. Il soggetto del piacere ha valore nel tentativo di massimizzare il piacere generale quanto i barili che contengono il petrolio contano nello stabilire il valore del petrolio stesso.

O la persona, l’io, ha una dignità, una sussistenza, un significato ulteriore, rispetto alla concatenazione spaziale e/o casuale dei suoi stati mentali e fisici, oppure, davvero, tutto è lecito e permesso, entro una “rigida” etica di massimizzazione, del piacere, della soddisfazione, del benessere o come altro si voglia identificare la soddisfazione dei singoli desideri.

  1. Transumanesimo

Veniamo allora all’ultima barriera, al poco di umano che rimaneva dopo aver disperso ogni evidenza: una logica stringente vuole che la biologia, pur manipolata e negata, sia ancora un muro troppo solido contro cui si infrangono i deliri di autodeterminazione dell’uomo moderno, ed è qui che entra in scena il transumanesimo. Si tratta di un movimento filosofico che ha origini all’inizio del ‘900, con alcune affinità a tesi eugenetiche e nietszchiane, ma la paternità del termine spetta al biologo Julian Huxley, che nel 1957 lo usa per la prima volta in un articolo: transumano è “l’uomo che rimane umano, ma che trascende se stesso, realizzando le nuove potenzialità della sua natura umana, per la sua natura umana.”[8] La World Transhumanist Association (WTA) è stata fondata nel 1998 negli Usa, ma le idee che propone hanno forse maggiore diffusione dell’associazione stessa. Si tratta di un movimento che confida negli sviluppi della medicina e della tecnologia, uniti a una nuova prospettiva filosofica, per superare “l’angusta prospettiva umana”[9]. A tratti animalista, antispecista, ipertecnologico e iper-libertario, e un po’ tutte queste cose insieme, il post-umanesimo si basa su un concetto profondamente debole di identità biologica e di specificità umana, mentre pone l’accento sull’aspetto auto-determinato e volontaristicamente programmato degli esseri umani. Come si può vedere, in questa prospettiva la teoria del gender non è che una delle infinite declinazioni possibili dell’autodeterminazione transumana. Per cui l’uomo, se da un lato scivola nell’indifferenziato mondo animale, senza poter dire in nessun modo se c’è e in cosa consista la sua specificità, dall’altro si innalza al di sopra della stessa natura, confondendo volontà e realtà. L’uomo è visto contemporaneamente come essere solo fisico o solo mentale.  Si potrebbe forse evocare l’ennesimo ritorno della gnosi.  Rimane del tutto evidente che in un contesto come quello del transumanesimo l’etica come l’abbiamo conosciuta finora cambia radicalmente di significato: basta grattare subito sotto la scorza di grandiose visioni di un futuro in salute, mentalmente e fisicamente potenziato, virtualmente tendente all’eternità, per poter immaginare una ben più concreta legge del più forte. L’estrema libertà, infatti, non riesce a nascondere la possibilità di creare essere umani di valore differente, ad esempio da usarsi come pezzi di ricambio per ricchi committenti, o per nuove forme di schiavitù. Già oggi conosciamo lo sfruttamento dell’utero in affitto, ma riusciamo a immaginare gli scenari ben più vasti che si possono delineare? E, soprattutto, chi e in nome di cosa potrebbe arginare ogni abuso?  Una volta stabilito che l’essere umano è un essere di cui si può disporre, soggetto a limitazioni definitorie: embrione, malato terminale, stato neurovegetativo… – che equivalgono e superano le limitazioni del passato: schiavo, ebreo, nero… -, che le dichiarazioni di intenti valgono più della realtà del dato biologico, smantellata del tutto la protezione che il concetto di persona dava a ciascuno di noi, quali ripari rimangono, se non una cruda legge del più forte, del più ricco, del più popolare?

Sia chiaro che non si tratta di teorie marginali di qualche gruppo di spostati, ma di associazioni che hanno suscitato e alimentano il dibattito culturale ad alto livello, anche accademico, con una ricaduta in termini di influenza da non sottovalutare.

  1. Dalla parte del sesso

Da una parte, dunque, abbiamo l’uomo-animale, il ricettore di piacere, che desidera (al plurale) e dunque ha diritto di soddisfare i propri desideri (qualsiasi sia il loro contenuto), che accede in maniera sempre più massiccia alla tecnica per controllare un processo di soddisfazione e di de-responsabilizzazione senza precedenti. Abbiamo contratti legali e pratiche mediche che portano alla produzione di figli. Dall’altra abbiamo la possibilità di tornare al realismo dei nostri limiti, al concetto di indisponibilità degli esseri umani proprio in quanto precedenti ogni definizione e ogni limitazione dell’umano. Abbiamo il sesso sudato, imprevedibile, tra un uomo e una donna, imperfetto eppure così misterioso, così aperto a qualcosa che avviene tramite noi, una nuova vita, ma non è sotto il nostro controllo totale.  Ogni volta il mistero di ciò che potrebbe essere, il senso del sacro di una vita che possiamo solo accogliere e non costruire.

Da un lato abbiamo una fluidità estrema delle nostre identità, ma anche dei rapporti, di ciò che voglio o non voglio, come bambini che sanno dire soltanto “io, io, io…”, dall’altra la solidità accogliente di esseri nella loro completezza di corpo e mente, l’accettazione della realtà come imprevedibile, come una sfida, come un compito che ci viene dall’esterno e non un grande gioco solipsistico, con altri esseri umani che non sono liquidi a loro volta, ma superfici solide con cui entrare in relazione, da cui essere stupiti, delusi, offesi, ma anche amati, sorretti, curati.  Saremo capaci di ricostruire una cultura che parla all’uomo di rapporto con il reale, di dato biologico che è tutt’uno con il dato mentale, di umano e non di post-umano[10]?

[1] Jacques Ploncard d’Assac, Manifeste nationaliste, Plon, Parigi 1972, p. 145.

 [2] Marguerite A. Peeters, Le gender: une norme politique et culturelle mondiale. Outil de discernement, © Marguerite A. Peeters 2012, trad. it. Il gender. Una questione politica e culturale, San Paolo, Cinisello Balsamo (Mi) 2014.

 [3] Si veda, ad esempio, Francesco Remotti, Contro l’identità, Editori Laterza, Roma-Bari 2001.

 [4]  Cfr. ad esempio la IV  Conferenza mondiale delle donne, tenutasi a Pechino nel 1995, che per la prima volta ha prodotto l’unanimità su un documento delle Nazioni Unite che parlava di parità di genere, grazie soprattutto al fatto di non aver definito in maniera chiara in cosa consisterebbe tale parità.

 [5] V. Discorso di Hillary Clinton alle Nazioni Unite del 7 dicembre 2011.

 [6] Derek Parfit, Reasons and persons, Oxford University Press, Oxford 1984; trad. it. Di R. Rini, Ragioni e persone, Il Saggiatore, Milano 1989, p.257.

 [7] Sarebbe interessante recuperare gnoseologicamente un realismo moderato (aristotelico), per affrontare in altro modo il problema. Ma nell’orizzonte nominalistico/empirista dei giorni nostri pare impresa impossibile!

 [8] Julian Huxley, New Bottles for New Wine, Chatto & Windus, Londra 1957.

[9] Cfr. Roberto marchesini,  https://www.youtube.com/watch?v=1nleZuXbl58 e seguenti.

[10] Uno spunto per iniziare la ricerca può essere il dato di fatto, universalmente riconosciuto, che l’uomo desidera. Innalzando lo sguardo dalla somma dei singoli desideri puntuali (desideri al plurale), può forse accadere di riconoscere qualcosa di più grande, comune a tutti, in alcun modo sradicabile dall’esperienza di ciascuno: un desiderio di significato, un desiderio di eterno, un desiderio (al singolare) eccedente qualsiasi soddisfacimento praticamente possibile, che potremmo definire desiderio trascendentale.

Su questo si veda: Francesco Botturi, La generazione del bene. Gratuità ed esperienza morale, Vita e Pensiero, Milano 2009.

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