Nel preambolo la poesia appare come compagna dell’uomo sin dalle origini, sin dai riti magici degli abitatori delle caverne; come “ordinatrice di archetipi”; come – ed è questa per me la definizione più importante – “inseguimento appassionato del Reale”

(Oscar Vladislas de Lubicz Miłosz, Qualche parola sulla poesia)

Oscar Vladislas de Lubicz Miłosz a vent’anni aveva già perduto un paradiso. L’infanzia triste, solitaria, cullata dalle fiabe popolari e dal paesaggio lituano era finita, l’incanto del mondo si era presto dissolto, ma non il suo ricordo.

Era nato il 28 maggio 1877 a Czereia, in Lituania, come principe di Lusazia, conte di Labunovo, capo del clan di Lubicz del ramo Bozavola, figlio di Vladislas e Miriam Rosalie Rosenthale, genitori eccentrici e solitari.

Il padre, che aveva sposato Rosalie a dispetto del pregiudizio anti-ebraico della nobiltà polacca e lituana del tempo, aveva poi costretto la giovane donna a vivere in isolamento e solitudine. La reazione della madre di Miłosz fu di dolorosa chiusura e distacco nei confronti di tutti, figlio compreso. Il padre passava le sue giornate tra estenuanti cavalcate solitarie ed eccessive bevute, era un uomo violento e irrequieto, e arrivò ad attuare un tentativo di suicidio in presenza del giovane figlio.

In questo periodo Oscar Vladislas passava le sue giornate da solo, spesso all’aperto, curioso delle attività degli altri bambini (in particolare dei piccoli ebrei), ma sempre in solitudine sognante.

In famiglia si parlava il francese e tutte le opere di Miłosz saranno scritte in questa lingua.

La famiglia di Milosz nel 1889 accompagnò Oscar Vladislas a Parigi, dove questi frequentò un liceo francese e, successivamente, si iscrisse all’École du Louvre e all’École de Langues Orientales, specializzandosi in ebraico e assirologia. Dal 1902 al 1906 tornò a risiedere nel paese natale e, quindi, iniziò un periodo di viaggi, che durò fino al 1914, e durante il quale visitò Russia, Polonia, Germania, Inghilterra, Italia, Austria, Spagna e Africa settentrionale. Da tempo la sua base era ormai Parigi.

Nel 1904 morì suo padre, lasciandogli una cospicua rendita e numerosi possedimenti.

Fin da giovanissimo, Miłosz aveva frequentato gli ambienti letterari parigini e sembra che Oscar Wilde abbia un giorno esclamato:”Li conoscete? Costui è Moréas, il poeta. E questi è Miłosz, la poesia stessa”. L’eloquenza di Miłosz era elegante e incantevole e anche il suo stile fu subito raffinato, sognante, per un certo periodo persino confuso con un tardo frutto del decadentismo, equivoco certo generato dal titolo poco scaltro del suo primo libro di poesie: Le poéme des decadences.

Nel 1916 fu mobilitato nelle divisioni russe dell’armata francese, assegnato all’ufficio degli studi diplomatici del Ministero francese degli Affari Esteri. L’anno successivo, a causa della rivoluzione russa, gli vennero confiscate le terre in Lituania. Dal 1916 al 1926 fu diplomatico lituano a Parigi, ricoprendo vari incarichi. nel 1926 Miłosz lasciò la carriera diplomatica attiva, pur continuando a essere consigliere diplomatico in Francia; si ritirò quindi a Fontainebleau, in una villa nel cui parco accolse un numero enorme di uccelli. Nello stesso anno morì sua madre.

A un certo punto della vita di Miłosz iniziarono ad avere sempre maggiore importanza alcune discipline esoteriche: studiò la kabbalah ebraica e gli antichi trattati di alchimia, lesse Claude de Saint-Martin, Martinez de Pasqually, Jakob Boheme, Paracelso e Sendivogius, decifrò in chiave sapienziale l’Apocalisse, fu interessato al pensiero neo-platonico e a quello pitagorico, alla magia egizia e a Emanuel Swedenborg.

Per Miłosz, come per Goethe, ch’egli tradusse ampiamente, il mondo naturale non era altro che una rappresentazione di quello spirituale.

In questo contesto si inquadra ciò che avvenne il 14 dicembre 1914: dopo un periodo di assoluto isolamento, durante il quale solo pochissimi dei suoi amici, in possesso di un codice particolare, venivano accolti in casa da Miłosz, questi ebbe una notte eccezionale, di illuminazione mistica, durante la quale, sosteneva, vide il “sole spirituale”.

Oscar Vladislas era inoltre appassionato di araldica e convinto che nel blasone si potessero trovare relazioni con la reincarnazione.

Insieme con i poeti Carlos Larronde e Nicolas Beaudoin animò una serie di società che si ricollegavano idealmente alla Rosa-Croce cattolica di Péladan. Nel 1919 creò il gruppo dei Veilleurs de la Nuit, il cui circolo interno era costituito da dodici membri, detti Fratelli di Elia, a cui subito o poco dopo – non è chiaro – si unirà un gruppo di persone gravitanti attorno al chimico ed egittologo René Adolphe Schwaller. Questi, per non meglio identificati servigi resi alla causa degli Stati baltici, fu adottato da Miłosz e cambiò il suo nome in Schwaller del Lubicz.

Inizialmente il gruppo di dedicava soprattutto a questioni metafisiche e probabilmente doveva il proprio nome a un romanzo inedito di Nicolas Beaudoin. Ma presto alcuni suoi membri iniziarono a occuparsi anche di spiritismo e altre pratiche che contrastavano fortemente con l’esoterismo cristiano a cui si rifacevano alcuni suoi componenti. Il gruppo dei Veilleurs aveva come aspetto esterno il raggruppamento denominato Centro Apostolico, il quale divenne una specie di sinarchia occultista, con risvolti politici e sociali. Miłosz non fu d’accordo col tono paganeggiante e pre-nazista impresso al gruppo dai nuovi arrivati e se ne distaccò. Poco dopo lo stesso gruppo si sciolse.

Importante è notare che Schwaller de Lubicz fu probabilmente il principale artefice del mito di Fulcanelli, autore due famosi libri di alchimia del XX secolo: Il mistero delle cattedrali e Le dimore filosofali, e il più influente interprete “esoterico” di geroglifici egiziani del secolo scorso. Sembra che per un lungo periodo questi abbia intrattenuto un rapporto molto intimo con Miłosz.

Schwaller de Lubicz fece studi sulla lingua sacra dell’antico Egitto che non erano lontani dalle ricerche sulla lingua fatte dal gruppo dei Veilleurs: il linguaggio era visto come entità vivente, in stretta relazione con la coscienza di chi lo percepisce. Con molta probabilità Schwaller de Lubicz, mentre sviluppava il lavoro alchemico con Fulcanelli, approfondiva la propria filosofia ermetica con Miłosz.

Secondo Miłosz “la caduta di Adamo e la confusione delle lingue sono solamente i simboli della divisione in spazio, tempo, movimento e materia, dell’unità chiusa originariamente nel sangue”. E ancora il sangue, il ritmo delle pulsazioni cardiache, il movimento come chiave del mistero dello spazio e del tempo, la trasfiguarazione dell’amore terreno in amore divino, il superamento della carnalità nello spirito, sono tutti temi che Miłosz ha trattato più volte e che, insieme all’eccezionale bellezza della sua poesia, hanno portato Robert Amadou a definirlo “il più grande srittore esoterico contemporaneo”.

Dal 1927 Miłosz si convertì al cattolicesimo e nel 1934 diceva che “Pater, Ave Maria e genuflessione” potevano e dovevano bastare e, in effetti, nell’ultimo periodo della sua vita tornò alla più stretta ortodossia cattolica. La ricerca del Reale lo aveva riportato a casa.

Morì di embolia, il 2 marzo 1939, a Fontainebleau.

Essendo Oscar Vladislas de Lubicz Miłosz molto meno noto in Italia del suo congiunto, il premio Nobel Czesław Miłosz – questi discendeva infatti dal ramo polacco della stessa famiglia -, ritengo utile fornire una sua breve bibliografia, ricordando che in Francia tutte le opere di Miłosz sono pubblicate dall’editore André Silvaire, il quale ha inoltre in catalogo molte opere critiche e biografiche che lo rigurdano:

  • Le Poème des Décadences, 1899
  • Les Sept Solitudes, 1906 (incluse le Scènes de Don Juan)
  • Très simple histoire d’un Monsieur Trix-Trix, pitre, 1906 (sulla rivista Vers et Prose)
  • L’Amoureuse Initiation, 1910 (romanzo ambientato a Venezia nel XVIIIo secolo)
  • Les Éléments, 1911
  • Chefs d’œuvre lyriques du Nord, 1912 (traduzioni di Byron, Shelley, Coleridge, Dante Gabriele Rossetti, Goethe e Schiller)
  • Miguel Mañara. Mystère en six tableaux, 1912 (sulla Nouvelle Revue Française)
  • Mephiboseth, 1914 (opera teatrale, dapprima nel 1913 sulla rivista Vers et Prose)
  • Saül de Tarse, 1914 (opera teatrale)
  • Poèmes, 1915 (SymphoniesNihumîmMephiboseth)
  • Épître à Storge, 1917 (prima parte di Ars Magna, sulla Revue de Hollande)
  • Adramandoni, 1918 (sei poesie dedicate à Natalie Clifford-Barney)
  • L’Alliance des Etats Baltiques, 1919
  • La Confession de Lémuel, 1921 (sulla rivista Ecrits Nouveaux di agosto-settembre)
  • Le Psaume de la Maturation, 1922 (sulla rivista Intentions)
  • La Nuit de Noël 1922 de l’Adepte, 1923 (sulla Revue Européenne)
  • Le Psaume du roi de Beauté, 1923 (sulla rivista Intentions)
  • Ars Magna, 1924 (che Milosz considera come il suo testamento poetico e filosofico)
  • Poème des Arcanes, 1926 (sulla rivista La Vie des Lettres et des Arts)
  • Vilna et la civilisation européenne, 1926 (sulla rivista Le Monde slave)
  • Les Arcanes, 1927 (nuova edizione con delle note esegetiche)
  • Daïnos, 1928 (trascrizione di ventisei poemi popolari lituani, su La Revue de France)
  • Poèmes 1895-1927, 1929
  • Contes et fabliaux de la vieille Lithuanie, 1930
  • Les Origines ibériques du peuple juif, 1932 (sulla Revue des Vivants)
  • L’Apocalypse de SaintJean déchiffrée, 1933 (edizione confidenziale fuori commercio, preceduta da Les Origines ibériques du peuple juif)
  • Contes lithuaniens de ma Mère l’Oye, 1933
  • Miguel Mañara, 1935 (riedizione e radiodiffusione di Radio-Montpellier)
  • Psaume de l’Étoile du matin, 1936
  • Les origines de la nation lithuanienne, 1937 (sul Mercure de France)
  • Dix-sept Poëmes de Milosz, 1937 (sui Cahiers de Barbarie a Tunisi)
  • La Clef de l’Apocalypse, 1938

In italiano sono reperibili:

  • Miguel Manara: Mefiboseth-Saulo di Tarso-Teatro, Jaca Book
  • Sinfonia di Novembre e altre poesie. Testo francese a fronte, Adelphi

In francese, esiste un sito dell’Associazione degli Amici di Miłosz: http://amisdemilosz.org/index.html

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